Giorno 17

Nares Libera

Una volta sul posto, vediamo i nemici scappare in gran segreto su di una nave, così corro col mio bastone fino a pochi metri dall’imbarcazione ed attivo la rosa:

«Apriti, o Rosa, perché ho bisogno di te; vi invoco, o fiamme, venite a me»

Alcuni nemici ancora a terra, vedendomi sola corrono verso di me per farmi fuori, ma prima che possano muovere un solo muscolo giro il bastone e sbatto a terra la rosa, creando il muro di fuoco sopra la nave, mandandola in fiamme.
Con quel solo colpo li decimo: c’è chi muore tra le fiamme, chi si getta in mare, ma muore trafitto dalle frecce dei miei compagni.
Solo sei corsari rimangono, li combattiamo finchè l’albero maestro della nave non cade verso di noi; scateno prontamente un forte vento in sua direzione, deviandolo verso i nemici, schiacciandoli ed intrappolandoli sotto il suo pesante legno incendiato.
Con le minime perdite da parte nostra eravamo riusciti a liberare definitivamente la città.
Dopo aver spento il fuoco prima che divampi, mi sento sollevare da terra; alcuni uomini mi portano in centro città sulle loro spalle, festeggiando la vittoria
Gioisco assieme a loro, ricordando il mio arrivo a Nares, l’incontro con l’organizzazione, con quelli che sono diventati miei amici e, nel caso di Aenmaer, qualcosa di più.
Maraug ed Init non hanno dato la loro vita inutilmente, avrei voluto festeggiare con loro ora.
Tra le vie della città, ridotta per lo più in macerie, una ragazza mai vista prima d’ora sta aiutando i pochi cittadini rimasti, seguita da una scorta di uomini.
I nostri sguardi si incrociano mentre vengo trasportata verso l’unica locanda rimasta in piedi e ci sorridiamo senza aggiungere altro; doveva essere la figlia del sindaco, la famosa “principessa” di Nares.
Quando esco dalla taverna ore dopo, percepisco che sia pomeriggio inoltrato; dovevo tornare all’accampamento a dare la notizia a tutti e prendermi cura di Aenmaer, ma mi rendo conto di aver alzato un po’ troppo il gomito, non sarei riuscita a tornare tanto facilmente, così mi metto a meditare isolata in uno dei parchi verso i cancelli della città.
Sogno un luogo molto simile a quello in cui mi aveva proiettata la giara, con solo l’armatura e lo scudo a disposizione; di nuovo mi trovo su di una piattaforma luminosa, stavolta le vie percorribili sono quattro: tutte sono nascoste dietro ad un muro e sullo stipite dall’entrata hanno affisse delle immagini.
La strada davanti a me ha un ritratto di Aenmaer, quando mi avvicino comincio a vedere sempre più buio, come se una porta non ci fosse, ma dovessi oltrepassare una fitta coltre di oscurità per scoprire cosa nasconde.
Guardo alla mia destra e osservo una porta da cui un halfling passerebbe a fatica, il ritratto di Vkolgad è appeso sopra di essa.
A sinistra, una porta con l’immagine di Varrick si apre, come a volermi invitare; arrivo fino all’uscio e vedo un’ombra seduta allo studio del palazzo governativo e delle fiamme nere bruciare nei due bracieri ai lati di esso.
Non rimaneva che voltarmi e scoprire l’ultima via disponibile: una figura incappucciata era dipinta sopra la porta chiusa alle mie spalle.
Poteva essere la mia occasione per scoprire chi mi stava inseguendo da Moskarak e non mi sarebbe sfuggita: entro decisa in un corridoio lungo e ben illuminato.
Molti quadri erano appesi lungo i suoi muri da entrambi i lati: raffiguravano soggetti inquietanti, persone senza volto, nonostante ciò mi sento una moltitudine di sguardi seguirmi insistentemente.
Oltrepasso una seconda porta ed arrivo in una piattaforma sul nulla, davanti ad un piedistallo sul quale è appoggiato un flauto.
Non ci sono scritte, né indizi, perciò provo a prendere in mano lo strumento musicale, ma come lo sfioro la piattaforma si apre come una botola e cado nel vuoto.
Atterro pochi metri sotto, nel completo buio, solo il flauto ed una porta con la scritta “uscita” illuminano l’area circostante.
Prendo il flauto con me e cammino verso l’uscita, non essendoci altre vie, ma una figura nera indefinita si piazza davanti alla porta, un’ombra.
Sembra intenzionata ad attaccarmi ed io non ho armi con me; non poteva essere un caso, mi viene il dubbio che la chiave per sconfiggere il nemico ed andarmene stia proprio in quello strumento.
L’ombra mi colpisce un paio di volte, mentre cerco di comprenderne il funzionamento, come suonarlo in modo che la figura si calmi; poi finalmente riesco a trovare una sequenza di note capaci di creare una sfera bianca luminosa e di spararla come una freccia verso il nemico, che in pochi colpi svanisce.
Apro la porta e vedo il mio stesso corpo in meditazione al parco, così vi rientro e quando mi sveglio il flauto riporta un’iscrizione:

“Dentro di me fu racchiusa una delle luci, chi mi suona squarcia l’oscurità: io sono il flauto di Aldruin”

Avevo trovato una delle luci minori, avevo sempre avuto il sospetto che fossi incappata nuovamente in una prova di Morpheus, questo me ne dava conferma.
Non capisco tuttavia perché non mi contatti, né parli da tempo, ora che avevo così tante domande da fargli.
Ad ogni modo mi sento lucida e riposata perciò mi concentro e penso intensamente ad un falco: tra le mie nuove abilità di druida c’era quella di potermi trasformare in un animale, ma solo una volta al giorno per cominciare, cosicchè mi ero conservata per questo momento, per poter tornare volando al fortino.
Mi sento strana, tengo gli occhi chiusi, finchè non percepisco di non essere più nel mio corpo originale.
Mi alzo in volo come lo avessi sempre fatto, come fosse nella mia natura; raggiungo il fortino nella metà del tempo impiegato all’andata e quando sorvolo il fortino vedo di nuovo Aenmaer in piedi, che trascina quancuno per la collottola:

«Cammina, figlio di puttana!»

Strattona a terra l’uomo sopravvissuto al primo fortino,poi lo prende per i capelli, puntandogli la spada alla gola.

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