Giorno 6

Non è importante

Affretto il mio passo verso l’atrio della villa e, dopo essermi fatta indicare da Varrick la stanza di Enud, salgo di fretta al piano superiore e mi dirigo decisa verso l’uscio della sua porta.
Mi aspetto spiegazioni molto convincenti da parte sua, mi aveva ferita molto il fatto che si fosse arreso per primo nel cercarmi, dopo tutto quello che avevamo vissuto insieme, non aveva senso…come potevo essermi sbagliata così clamorosamente su di lui?
Mi fermo davanti alla porta, cercando il coraggio di affrontarlo.
Quando finalmente mi decido a bussare non ottengo risposta, nonostante sentissi distintamente i suoi passi camminare nervosi in cerchio oltre questa dannata porta.
Appoggio la mano alla maniglia quando lo sento parlare:

«Lasciatemi solo!» risponde con la voce spezzata.

Stava…stava piangendo?
Forse era solo una mia impressione, ma l’unico modo per sapere la verità è parlargli, non c’è altra maniera.
Entro nella stanza, incurante della sua esplicita richiesta, e mi chiudo la porta alle spalle: trovo Enud in piedi davanti al letto con le mani davanti al viso:

«Andate via, ho chiesto di stare…» si blocca, accorgendosi della mia presenza.

Le lacrime tornano a rigargli il volto e rimane immobile ed impotente a guardarmi con gli occhi gonfi e rossi, che per contrasto erano diventati color verde smeraldo.
Nessuno dei due riesce a parlare: osservo velocemente la stanza e risultano lampanti la rabbia e la frustrazione che doveva aver cercato di sfogare in quelle ore.
Era chiaramente distrutto dalla mia sparizione, doveva davvero tenere a me per ridursi in quello stato.
Inizio a sentirmi strana, come in quel pomeriggio a casa di Siffi, ma stavolta non è svenimento quello che sento: tutti i miei pensieri, tutte le voci nella mia testa si zittiscono, mi muovo verso di lui non pensando a nulla, come se il mio corpo fosse stato preimpostato a questo momento ed io non ne avessi più il controllo.
Enud compie un passo verso di me, ma lo fermo e lo spingo indietro, facendolo sedere sul letto; salgo a cavalcioni su di lui con un’espressione più stupita della sua, gli prendo il volto tra le mie mani e gli asciugo le lacrime.
Non smettendo mai di guardarmi incredulo, tenta di soffocare il proprio respiro tremante e si morde ancora una volta le labbra.
Socchiudo gli occhi e lo bacio: è come se il mondo intero si fosse spento, per lasciare spazio ad un enorme vuoto, dove restiamo solo io e lui.
Mi bacia a sua volta, così lo stringo a me, mentre le lacrime continuano a sgorgargli copiose.
Stiamo lentamente abbandonando ogni freno all’affetto e al desiderio repressi nei giorni precedenti, mi lascio completamente governare da qualsiasi impulso arrivi al mio cervello, primo tra tutti quello di mordergli quel dannato labbro.
Enud, che finora si era appoggiato con le mani dietro al letto e sembrava intimorito dallo sfiorarmi, perde il senno; mi afferra saldamente i fianchi stringendomi a sè, poi mentre con un braccio mi cinge la schiena, con l’altra mano sale lungo il collo e mi tiene per i capelli.
Dopo pochi attimi le sue mani scendono sotto le mie cosce e si alza in piedi, sorreggendomi fino al tavolino vicino al letto, dove mi appoggia con irruenza.
Smettiamo di baciarci e ci fissiamo l’un l’altra: ormai abbiamo passato il punto di non ritorno, lo voglio con tutta me stessa.
Lo tiro per il colletto della giacca verso di me e comincio a sbottonargliela, mentre lui scioglie il nodo di chiusura del mio corpetto, allentandolo come dovesse strapparlo.
Dopo averlo spogliato gli carezzo la schiena, sento muscoli e nervi in tensione sotto la sua pelle liscia, oltre a qualche cicatrice causata dalla sua maledizione; intanto le sue labbra si spostano sul mio collo, fino a scendere sul seno.
Mi tengo salda con le mani al tavolino e stringo i pugni più che posso; non riesco più a calmare il battito del mio cuore, nè a trattenere i sospiri di piacere.
Faccio scendere le mani sulla patta dei suoi pantaloni e glieli slaccio senza alcuna esitazione; si irrigidisce per un istante preso dal timore.
Quando scivolo dentro con la mano, alza gli occhi su di me, guardandomi come una belva affamata da troppo tempo guarda la preda messa alle strette, cercando di smettere di ansimare e di non farsi sottomettere dalla mia presa.
Così mi afferra il polso e mi riprende in braccio, mi distende sul letto, spogliandosi completamente.
Si morde un’ultima volta il labbro guardandomi nuda, poi si prende i capelli e se li lega, cosa che solitamente non faceva nemmeno in combattimento.
Si fa spazio tra le mie gambe e facciamo l’amore, con una mano intrecciata alla mia e l’altra che mi stringe la coscia verso di sè.
Continuiamo per quelle che mi sono parse ore, forse giorni, a tratti dolce e a tratti violento, in un certo senso disperato, sotto il peso del desiderio che era rimasto represso fino ad allora.
Rimango per un pò con lui sotto alle coperte, mentre mi tiene stretta con un braccio attorno al collo e mi carezza dolcemente i capelli con l’altra.

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