Giorno 5

Il patto

Enud lascia andare il mercante, che se la fila a gambe levate, e si volta verso di me con aria mortificata:

«Esma…scusami» sussurra addolorato. «Tieni Mannaith, so di aver sbagliato, voglio che tu la tenga finchè non avrò riparato al mio errore, fino ad allora resterò disarmato».

Io non gli rispondo, sono ancora troppo shockata per farlo, guardo la spada e la raccolgo.
Tentando di alzarmi in piedi, incespico con fatica, per colpa della storta; Enud accorre a sorreggermi, mettendomi un braccio attorno al fianco e sollevandomi tra la sue braccia.

«Mettimi giù» dico dopo pochi metri, con voce strozzata.
«Esma, non ho scusanti, permettimi di portarti più in là, dove posso curarti» risponde sofferente.
«Mettimi giù» ripeto meccanica, senza riuscire a guardarlo negli occhi.
«Ti prego, non capisci la situazione» si scusa ancora.
«Meglio così. Non voglio capire perchè hai rischiato di uccidere a sangue freddo un innocente che poteva non sapere cosa stesse trasportando. Ora, per favore, mettimi giù» rispondo io.
«Io non…hai ragione, ma non conosci le mie ragioni. Ero fuori di me o non ti avrei mai toccata, sai che non lo farei…vero?» chiede preoccupato.
«No che non lo so! Quante volte sei stato sull’orlo di perdere il controllo con me? Ora realizzo di essere stata fortunata, vedendo quello che sarebbe potuto accadermi. Mettimi giù o ti faccio male, stupido elfo bianco.» urlo, guardandolo negli occhi con disgusto.

Enud reagisce con una smorfia, devo averlo ferito davvero molto con quest’ultima affermazione; invece di ribattere rimane calmo, seppur abbattuto, ma non mi molla.

«Era…era diverso, non avrei perso il controllo per l’ira» risponde a voce bassa.
«Ah no? Per cosa allora?» rispondo io.

Vedendolo arrossire intuisco la risposta della mia domanda; ma non è importante, soprattutto in questo momento, così comincio a scalciare perchè mi lasci andare.
Enud tiene duro per gli ultimi metri che ci separano dalla sponda dell’acquitrino, subendo in silenzio i miei colpi.
Una volta arrivati mi appoggia delicatamente a terra per farmi riposare, mentre lui si sposta qualche albero più in là, con le mani tra i capelli, avvilito.
Sbollita la mia rabbia, comincio a provare pena per lui e a dispiacermi per le offese gratuite che gli avevo rivolto, così mi avvicino e tento di tastare il terreno:

«Allora, questa cura?» chiedo mostrandogli la caviglia.

Enud si illumina e cerca qualcosa nel suo zaino, da cui estrae un vasetto con della crema lenitiva.
Mi massaggia con delicatezza la caviglia, mentre io prendo la sua spada:

«Puoi riavere Mannaith..» gli dico.
«Quindi mi hai perdonato?» chiede speranzoso lui.
«Non del tutto. ti voglio fare una proposta»
«Cioè?»
«Cioè sarai perdonato se accetterai di fare un patto con me: io ti aiuterò a liberare Nares, ma se ne usciremo vivi entrambi, tu mi seguirai» gli spiego.
«Dopo aver sistemato la questione di Nares partirei comunque per esplorare altri luoghi, perciò verrò con te, accetto» afferma Enud.
«Bene, sei perdonato e mi spiace per le cattiverie che ti ho detto, non le pensavo» mi scuso a mia volta.
«Fa nulla, le meritavo» mi sorride.
«Vuoi dividere una razione con me?» ricambiando il sorriso.
«No, non ti preoccupare, non ho fame» risponde ancora un pò pensieroso.
«Sicuro? Vuoi che mangi durante il cammino allora? Avevi così fretta stamattina..» cerco di mostrargli premura.
«No, lascia stare, stiamo qui. Hai bisogno di lasciar agire la crema e dopo quello che ho fatto un pò di riposo farà bene anche a me» mi risponde.

Lo vedo rovistare di nuovo nello zaino e tirar fuori uno strano oggetto, un’ocarina azzurra; Enud comincia a suonare una melodia dolce e rilassata.
Rimango affascinata a guardarlo, non avendogli mai visto usare quello strumento prima d’ora; ad un certo punto Enud mi fa segno di guardare in alto, dove uno stormo di saprofagi danza nel cielo, roteando in circolo.
Mi stringo a lui, appoggiando la testa alla sua spalla, lasciandomi cullare dalle note di questa musica ed ammirando i draghetti volare sopra l’acquitrino di Sertad.
Dopo un paio di ore ripartiamo alla volta di Robdo, rallentati dal dolore alla mia caviglia, che si stava lentamente affievolendo grazie alle cure di Enud.
Arrivati alle porte della città è ormai sera inoltrata e non vedo che le vaghe forme di Robdo, ma ne percepisco la grandezza.
Cerchiamo la prima locanda disponibile e prendiamo una stanza per la notte per entrambi, ormai abituati a dormire assieme nello stesso letto.

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