Giorno 5

La caduta

«Buongiorno, bell’addormentato» ridacchio, guardando Enud sconvolto dal risveglio.
«Buongiorno» mi saluta, accorgendosi della mia presenza.

Si accorge di avere il braccio che mi cinge la vita e lo sposta bruscamente, poi si alza per vestirsi della sua armatura, prestando attenzione a non spostare o rovinare la sua fasciatura.

«Cos’è successo? Hai avuto un’altra delle tue mancanze di affetto notturne?» aggiunge, col suo solito tono provocatorio.
«Se stai facendo allusioni alla scorsa sera sei molto scortese, mi pareva ti fosse piaciuto accarezzarmi i capelli…» rispondo tenedogli testa.

Lui, che si stava sistemando gli stivali, alza lo sguardo da dietro la folta chioma che gli copre metà viso.

«Comunque sia, io sono sveglia da ore, mi sono messa comoda a leggere questo libro, sei tu che non riesci a staccarmi le mani di dosso. Ti ho anche tolto il braccio la prima volta, ma sei cocciuto anche quando dormi» rincaro la dose, scoppiando a ridere.

Enud distoglie lo sguardo, con il viso color rosso fuoco dall’imbarazzo, e si gira di schiena, facendo una lunga pausa prima rispondermi, cercando di ricomporsi.

«Vedo che alla fine sei riuscita ad aprire la porta» nota lui, schiarendosi la voce un paio di volte.
«Già. A te è familiare il nome bruxit”? Dovrebbe essere un tipo di erba» gli chiedo.
«Mmh, no non la conosco. Sei tu la druida, io di piante non so quasi niente» risponde lui.

Si avvicina alla finestra ed osserva il sole ormai alto in cielo esclamando:

«Dovevi svegliarmi, ho dormito fino alle undici, dovremmo essere per strada da ore. Veloce, andiamo, mi racconterai tutto per strada» dice.
«Ma l’Orcy..»

Cerco di fermarlo e mostrargli almeno l’Orcynx, ma Enud mi afferra il polso e mi trascina fuori.
Camminiamo per un paio di ore, durante le quali gli riferisco tutto ciò che avevo imparato in quella mattinata: lui sembrebbe mi avesse ascoltata, ma non con l’interesse che avrei voluto, essendo troppo concentrato sul raggiungere Robdo e recuperare il tempo perso.
Nel tragitto, passiamo vicino ad altri paesini, saranno pressappoco quattro le città dimenticate secondo i miei calcoli.
Avrei voluto restare, esplorare con calma la zona e apprendere tutto ciò che ancora rimaneva di esse.
Sento una connessione con quel posto, ho l’impressione che ciò in cui mi sono ritrovata coinvolta pianti le proprie radici in un passato ormai dimenticato da tutti, forse in parte rimasto sotto forma di semplice ed incompleta leggenda.
Solo qui potrei avere la fortuna di trovare le risposte che cerco.

«Vedi quella specie di grande lago leggermente ad est? Quello è l’acquitrino di Sertad, se vuoi ci possiamo fermare là per pranzo, non devieremmo di molto.» interrompe il mio flusso di pensieri la voce di Enud.
«Si, mi piacerebbe, effettivamente inizio ad essere affamata» gli confermo.

Appena prima di arrivare alle sponde dell’acquitrino, incontriamo un mercante con una strana gabbia rivestita con un panno scuro.

«Buongiorno, signore» lo saluto.
«Buongiorno a voi» ricambia il mercante.
«Buondì, che strana gabbia porta con sè!» risponde Enud.
«Ah, sto trasportando della merce per..»

Il mercante non fa tempo a concludere la frase che si sente uno strano rumore provenire dalla gabbia, come uno schiocco.
Enud si irrigidisce e sbarra gli occhi nell’udirlo, poi senza chiedere il permesso, toglie la coperta che nasconde il carico: alcuni animali simili a piccoli draghi grigiastri sono rinchiusi all’interno.

«Questa non è “merce”, questo è un bel problema per te, lurido schifoso» lo guarda minaccioso Enud. «Libera subito quei saprofagi»
«Ma io…a me è stato ordinato di..»
«Non mi interessa, se ci tieni alla vita, mi darai la chiave per aprire questa gabbia» sibila all’uomo.

Lo vedo tremante, con gli occhi fissi sul mercante pieni d’odio, non lo avevo mai visto così infuriato.
Poi all’improvviso il suo corpo sembra rilassarsi, ma il suo volto ha perso completamente lucidità, tanto da fare paura anche a me.

«Signore… i-io non so c-cosa dire…» balbetta terrorizzato l’uomo.
«Ti ho detto di darmi la chiave» ripete lui sottovoce.
«Non sono autorizzato…»
«DAMMI…LA…CHIAVE!» gli urla contro, ringhiando dall’ira.

Senza riuscire più a controllarsi, Enud sguaina la spada e la punta alla gola del mercante, cominciando a respirare affannosamente, in cerca della calma che ormai lo aveva abbandonato.

«Enud, fermati!» gli urlo, mettendomi tra i due.
«Non chiamarmi Enud, non ora» grida a sua volta, spingendomi a terra.

Nella caduta appoggio male il piede e mi si sloga la caviglia; Enud realizza subito cosa aveva fatto e torna in sè: rifodera la sua spada e la getta ai miei piedi.
Poi strattona il povero uomo finchè non trova le chiavi, con le quali apre la gabbia: i draghetti saprofagi spiccano il volo ad uno ad uno, fermandosi per qualche secondo sopra Enud, come a ringraziarlo, poi si spostano verso Sertad.

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