Giorno 4

Ze….t

Enud cerca il mio sguardo un paio di volte, con espressione interrogativa.

«Esma?»

Tutto quello che riceve da me come risposta è un’occhiataccia offesa.

«Capito, con me non ci parli» sospira, «Ascolta, ho solo detto di non preoccuparti per me, so badare a me stesso.»

Sembra non aver capito cosa mi infastidisce: mentre lui mi aiuta e protegge nei momenti difficili, passando per eroe, se io cerco di ricambiarlo ecco che si chiude in un guscio impenetrabile e diventa irritante.

«Fai come vuoi, so badare a me stessa anche io, non ho bisogno della tua protezione» rispondo secca.

Enud non mi risponde, ma capisco di averlo innervosito a mia volta.
Alcuni chilometri dopo arriviamo alle porte di una delle città dimenticate: la zona è completamente disabitata, il villaggio in cui entriamo ha alcune case disposte a ferro di cavallo lungo la palizzata di confine e una sulla destra più grande, doveva essere il palazzo governativo secoli fa; essa riporta una scritta in gran parte rovinata in elfico antico.

«Deve essere il nome del villaggio, ma io non riesco a leggere questa lingua, la mia specie appartiene ad un ceppo tardivo, che ha perso il contatto con il loro; tu però dovresti riuscire a capirci qualcosa, gli elfi alti sono stati tra i primi a discendere dagli antichi» mi spiega.
«Z..Ze..c’è una t in fondo..no, non riesco a leggere, mi spiace. Mancano alcune lettere, ma sono rovinate e non le riconosco» cerco di sforzarmi a leggere.

Scegliamo una delle casette più accoglienti sulla sinistra per accamparci: all’interno ha una serie di librerie e scaffali con libri consunti, ridotti quasi in polvere, assieme ad alcuni alambicchi, boccette e strumenti da alchimista.
Più a destra la stanza si allarga su una zona notte con un letto matrimoniale con materasso e coperte ancora integri, un tavolino con altri libri appoggiato al muro ed una porta.
Per accertarmi che non ci fossero sorprese durante la notte cerco di aprirla per scoprire cosa si celi oltre essa.
Appena la mia mano si adagia alla maniglia Enud urla:

«No! Non toccarla!»

Ormai il danno era compiuto e sento il mio corpo irrigidirsi e perdere sensibilità, non riesco più a muovermi.
Enud corre verso di me, mi dà una rapida occhiata, poi rilascia il fiato che stava trattenendo per lo spavento.

«Eccola qui, la donna che sa cavarsela da sola e non ha bisogno certo di me!» mi deride.

Si avvicina e mi prende le spalle; io sbarro gli occhi, non potendo parlare, credendo che anche lui si sarebbe paralizzato toccandomi.

«Tranquilla, non succede nulla. Poteva essere un veleno mortale, o potevi far scattare qualche trappola ed ucciderci entrambi, ma sei fortunata invece, è soltanto un siero paralizzante da contatto, a me basta toglierti la mano dalla maniglia per liberarti..» dice.

Dalla mia spalla la sua mano scende lungo tutto il mio braccio, fino a sfiorare la mia mano.

«Quindi che facciamo ora, Esma? Sono costretto a salvarti, ma se non hai bisogno di me immagino vorrai restare qui in piedi finchè non morirai di fame o qualcuno con intenzioni meno nobili delle mie ti troverà qui.» sussurra sarcastico.

Continua ad accarezzarmi la mano con uno sguardo indeciso, tra l’arrabbiato e il lascivo, mentre io non cedo e i miei occhi non prometto nulla di buono.
Non capisco più cosa provo, lui mi manda in tilt più di qualsiasi paralisi:da un lato mi scoppia il cuore solo al sentire il tocco delle sue mani su di me, dall’altro le uniche cose che vorrei scoppiassero sono lui e il suo odioso carattere.
Passo in continuazione dal rimpiangere di non aver seguiro Maraug al desiderare di non separarmi mai da lui.
Intanto Enud socchiude per un attimo gli occhi, come per concentrarsi:

«Solo tu mi fai perdere il controllo così velocemente..» dice tra sè e sè turbato, non curandosi nemmeno del fatto che io lo sentissi.

Mi toglie la mano e resta immobile davanti a me, aspettando la mia reazione; io però decido di non rispondere, realizzo di star perdendo di vista il mio scopo: entrare nel gruppo di Nares Libera per ottenere il loro aiuto qualora chi mi cerca mi trovasse; non avevano senso tutte quelle liti con Enud in fondo, non era importante.
Avevo scelto di andare con lui per accertarmi che non scoprisse il mio omicidio e avevo già raggiunto quell’obiettivo.

«Togliti l’armatura..» gli ordino, dirigendomi verso la finestra.
«Cosa? perchè?» domanda, completamente spiazzato.

Prendo il pugnale di Andraste e squarcio una delle tende delle finestre della cucina, ricavandone alcuni pezzi di stoffa, tra cui uno più lungo.

«Scopri il braccio» insisto, mostrandogli il cencio.
«Tutto qui? Niente scenate dopo quello che ti ho detto?» domanda perplesso.

Mi avvicino a lui e comincio con delicatezza a fasciargli il braccio pietrificato.

«No, niente scenate» gli abbozzo un sorriso, «Mi scuso io per essere stata scortese, il braccio è tuo e dopo che te lo avrò fasciato sarai tu a dirmi come posso aiutarti»
«Esma…» sussurra sgomento.
«Non dire niente, non ce n’è bisogno» lo interrompo, porgendogli la mano in segno di pace.

Enud stringe la mia mano e senza accorgersi si morde le labbra, come aveva fatto la scorsa notte, vedendomi coi capelli sciolti e la camicia dopo il bagno.

“Forse anche lui prova qualcosa per me, nonostante tutto?” comincio a sospettare.

Ormai si è fatta notte e andiamo a dormire, girati sul fianco, l’uno di fronte all’altra, l’ultima cosa che vedo prima di addormentarmi sono i suoi occhi che mi guardano con dolcezza.

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