Giorno 4

Le città dimenticate

Enud si ferma e si siede a riposare, ancora ansimante per la forsennata corsa e l’adrenalina messa in circolo.
Oltre alla foresta di pietra dietro di noi, all’orizzonte scorgo un paio di piccoli villaggi.

«Esma, posso proporti un cambio programma?» mi chiede Enud.
«Fintanto che ci spostiamo lontano da quel terribile posto, va bene tutto» rispondo, ancora agitata al pensiero.
«D’accordo. Quelle che vedi davanti a noi dovrebbero essere le città dimenticate, potremmo accamparci là per questa la notte e riprendere il nostro cammino domani, ma verso Robdo, che è più vicina e aspetteremo Maraug assieme a Varrick.» mi propone.
«…le città dimenticate?» chiedo perplessa a causa dello strano nome di quel luogo sconosciuto.
«Sono antiche cittadine abbandonate: moltissimi secoli orsono lì vivevano gli ultimi elfi antichi, da cui tutte le razze discendono» mi spiega lui.
«E dove vivono ora?»
«Non esistono più» risponde, sorridendo per la tenerezza della mia ingenua domanda. «Si sono tutti gradualmente evoluti fino a scomparire; di loro rimangono solo quelle città, oramai ridotte a ruderi disabitati».
«Bene allora, ma prima di andare mangiamo qualcosa, si è fatto tardi» affermo porgendo ad Enud una delle mie razioni di cibo da viaggio.
«Oh, grazie» mi ringrazia lui.

Nel silenzio della desolazione di queste terre, sento un verso di animale sofferente, perciò mi alzo e mi avvicino verso la direzione del lamento e vedo un cinghiale ferito da una freccia nel bel mezzo del nulla.

«Poverino, aspetta che mi prendo cura di te, stai buono» esorto l’animale.

Mi accorgo, rimuovendo la freccia dalla sua carne, che la punta è bagnata da alcune gocce di veleno e subito dopo sento la bestia solidificarsi tra le mie braccia, diventando pietra.
Mentre ancora realizzo l’accaduto, sento un sibilo acuto ed un veloce spostamento d’aria vicino alla mia spalla sinistra: quando alzo lo sguardo un centauro è davanti a me, con l’arco ancora teso.

«Enud, fai attenzione, le sue frecce sono avvelenate» lo avviso, mentre estrae Mannaith.
«A dire il vero penso che questa qui fosse per te» commenta ironico, calciando una freccia piantata al suolo dietro di me, fonte del rumore sentito poco prima.

Il centauro scalpita e dimena i possenti zoccoli, pronto ad attaccare di nuovo; fortunatamente sembra essere solo, nessuno arriva in suo soccorso ed io ho un piano.
Enud parte alla carica, distraendo la creatura, mentre io raccolgo una delle sue frecce avvelenate, sperando di fregarlo al suo stesso gioco.
Il centauro, vedendolo avvicinarsi così velocemente, scaglia il colpo verso di lui; la freccia quasi lo manca, ma riesce comunque a graffiargli il braccio con la sua estremità velenosa.
Enud è talmente concentrato da non accorgersene e continua a correre, fino ad arrivare in prossimità del nemico, abbassandosi all’ultimo secondo e ferendogli le zampe per ridurre i suoi movimenti; io intanto colgo questa occasione per scoccare la mia freccia dritta al suo petto.
Prima che la creatura potesse reagire, Enud, che aveva intuito al volo la mia strategia, con un balzo felino strappa la freccia, mettendo in circolo il veleno e pietrificando il centauro, proprio come era accaduto poco fa al povero cinghiale.
Svuoto la sua faretra per portare con me quelle strane e potenti armi, mentre Enud si rende conto della propria ferita e tenta di chiudere alla meglio lo strappo sulla sua armatura.
Avvicinandomi a lui, scopro che l’intero avambraccio gli è diventato di roccia.

«Attenta! Non toccarlo, non sappiamo se è contagioso» mi ammonisce Enud.
«Dannazione! Ora che facciamo?» chiedo, fuori di me.
«Troverò un sistema, per ora devo coprirlo al più presto, fortunatamente sembrerebbe stabile» mi riferice con tono calmo.
«Mi spieghi come diavolo fai ad essere così tranquillo?» domando infastidita dalla sua apparente noncuranza.
«Se permetti, il braccio è mio e ci penso da solo. Mantieni la calma come faccio io, è inutile preoccuparsene ora. Devo parlarne con un alchimista o con un esperto di veleni, non mi pare tu sia uno di questi, perciò…» risponde seccato.

Lo fisso per un paio di secondi, cercando di contenere la mia rabbia, poi sbuffando gli faccio segno di mostrarmi la strada.
Procediamo in silenzio, mentre le costruzioni che vedavamo in lontananza prima, ora si avvicinano lentamente; è pomeriggio inoltrato, presta calerà la sera.

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