Giorno 4

Cesus sinef wosit choveol

Avviandoci verso il centro della foresta, l’aria si fa sempre più pesante, il silenzio ed un senso di paura avvolgono ogni cosa.
Sento il cuore pesarmi nel petto, credo per effetto dell’empatia che provo verso la foresta di pietra, che diventa gradualmente sempre più fredda ed innaturale.
Stiamo per incrociare sul nostro cammino uno strano masso dalla forma irregolare, ma quando ci avviciniamo esso si rivela essere un umano trasformato in roccia, che pare guardarci con un’espressione di puro terrore in volto.
Istintivamente distolgo subito lo sguardo da esso e sprofondo il viso contro la schiena di Enud, stringendomi forte a lui.

«Ehi, va tutto bene?» mi chiede preoccupato.
«Per quanto “bene” possa andare stando qui, si. Anche tu lo hai visto…quello?» gli chiedo tesa dal timore che mi sta assalendo.
«Si, l’ho visto anche io. E’ solo uno dei tanti che troveremo sulla strada, purtroppo. Molti si sono addentrati in questa foresta per tentare di avventurarsi nel pozzo; tu stai tranquilla e fidati di me, ci sono io a guidarti; tu pensa ad altro, a qualcosa di bello.» mi suggerisce, sussurrando con tono dolce.

Non ho bisogno di pensare a qualcosa di bello, non ho ricordi da riportare alla mente prima della mia amnesia, anche volendolo: il mio primo vero ricordo è quello del mio sbarco a Nares, del mio incontro con lui, è lui la mia cosa bella.
Procedendo verso il pozzo le persone pietrificate si moltiplicano a vista d’occhio, fisse in pose sempre più angoscianti.
Dentro a quel buio silenzio, dove l’unico rumore è quello dei nostri passi e del nostro respiro, mi sento pesare le palpebre sugli occhi, come se mi stessi lentamente  addormentando assieme alla foresta, finchè un suono mi allerta, spezzando quella sensazione di assopimento.
Concentrandomi sulla sua provenienza, scruto con la coda dell’occhio una serie di luci lontane tra gli alberi sulla nostra sinistra: un gruppo di persone, vestite di nero con delle fiaccole in mano, sono in processione ed attraversano la foresta, intonando una cantilena:

“…cesus…sinef…wosit…choveol…”

Noto inoltre che trasportano qualcuno, nascosto dietro le tende di una portantina nera.

«Enud, le vedi anche tu quelle persone o sono un’illusione?» gli chiedo, sempre più impaurita.
«Si, li sento anche io. Non guardarli o li attireremo a noi; non ti staccare da me per nessuna ragione, il pozzo ormai è vicino.» mi risponde lui, con tono teso.

Cerco di chiudere gli occhi e di camminare seguendo i movimenti di Enud, controllandomi i piedi di tanto in tanto per non inciampare.
Presto sento la cantilena svanire, rialzo lo sguardo sentendo rabbrividire Enud: la processione se ne è andata e tutto intorno alla zona del pozzo, che da poco abbiamo superato, sono appese agli alberi molte delle vittime della foresta, a guisa di monito, immagino.

«Tutto ok?» gli chiedo io, stavolta.
«Dobbiamo muoverci in fretta verso l’uscita, credo che una medusa ci abbia visti.» risponde nervoso.
«Un medusa?» chiedo, senza la minima idea di che cosa stesse parlando.
«Già, quel mostro ha ridotto questi poveri uomini in questo stato: se la si guarda negli occhi ci si trasforma in pietra, quindi stai molto attenta. Mancherà solo qualche chilometro alla fine della foresta per fortuna, ma dobbiamo cominciare a correre, una volta alla luce del sole lei non potrà seguirci o morirà, può sopravvivere soltanto nell’ombra» mi spiega Enud, velocizzando il passo e preparandosi a correre.

Correndo comincio anche io a sentire una presenza che ci insegue, ma guardo in basso per evitare di rischiare di fissarla involontariamente, qualora me la fossi ritrovata davanti.
Un grido squarcia il silenzio della foresta alle nostre spalle, un urlo che ha del demoniaco: la medusa si è palesata, è uscita allo scoperto e si fa più vicina che mai.
Mi è alle calcagna, la posso sentire a pochi passi da me, così mi cimento in un’impresa azzardata: tento di indovinare la posizione dei suoi occhi e lancio lo stesso incantesimo usato contro il nightwolf il giorno precedente; provo ad accecarla direzionando in un punto puramente ipotetico il mio lampo, affidandomi alla fortuna e alla disperazione.
Non riesco a colpirla in pieno, ma distraendosi per schivare il mio attacco, la medusa deve essere inciampata sulla radice di un albero, cadendo a terra e facendoci guadagnare la salvezza.
Quei pochi secondi guadagnati ci hanno permesso di uscire illesi dalla foresta di pietra, di tornare al riparo della luce solare.
Mentre ancora tra gli alberi sentiamo la medusa infuriarsi e soffrire, realizziamo che quella fuga aveva fatto deviare la nostra traiettoria verso est, ancora molto a sud rispetto alla Resistenza Orchesca.

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