Giorno 3

Il risveglio

Quando riapro gli occhi mi ritrovo distesa su un letto, immagino di trovarmi in una stanza degli ospiti al piano superiore; Enud è seduto al mio capezzale con una mano che si regge la testa e i lunghi capelli bianchi che gli coprono il volto.
Cerco di alzarmi e di mettermi seduta, ma ecco che un nuovo dolore alla schiena mi blocca e mi toglie il fiato per un momento.
Enud mi sente ed alza lo sguardo verso di me, forse è la luce fioca dell’unica candela che illumina la stanza a darmi questa impressione, però mi sembra di vederlo con gli occhi lucidi.

«Ehi, come stai?» chiede Enud preoccupato.
«Mmh bene, credo. Cosa è successo?» gli chiedo.
«Mi sei caduta tra le braccia, credo tu sia svenuta. Portandoti qui ho visto la ferita che hai alla schiena, ora riposati, ti porto la tisana e ti curo io.» dice con una voce strana, forse lievemente spezzata.

Corre trafelato su e giù dalle scale, preparando tutto l’occorrente; la sua camicia è ancora mezza sbottonata, doveva essere stato talmente occupato a prendersi cura di me da dimenticarsene.
Questo pensiero mi fa sentire in colpa per quell0 che era successo, avevo esagerato, lui in fondo è davvero dolce e premuroso, a suo modo.

«Scopriti la schiena, ti metto un unguento che ho preparato mentre dormivi» mi ordina, risalendo le scale.

Mi tolgo la corazza di cuoio e sposto la mia treccia appoggiandola davanti al petto, che  copro con la coperta.
Mentre Enud dispone le varie boccette e bende sul comodino di fianco al letto, vedo chiaramente che la sua espressione, fin da quando mi sono risvegliata, è davvero molto abbattuta e triste, più del necessario.

«Enud, che cosa c’è?» gli chiedo dolcemente.
«Eh? Niente mi dispiace che tu ti sia sentita male.» mi risponde vago.
«Tranquillo, sono solo svenuta, la fai molto più grave di quel chenon sia in realtà» lo rassicuro.
«Non è solo quello, ho brutti ricordi che mi sono tornati alla mente, ma lasciamo stare. E’ tutto pronto, ora girati.» dice Enud.

Non oso chiedergli di raccontarmi cosa lo afflige in quel modo, perciò rimaniamo in silenzio mentre mi applica la crema sulla schiena; il tocco delle sue mani mi fa avere i brividi, che tento di reprimere con tutta me stessa in modo che non se ne accorga.
Dopo pochi minuti, cedo all’impulso di voltarmi leggermente verso di lui e di guardarlo; lui è visibilmente imbarazzato dalla situazione:

«Io…ho finito, rivestiti pure.» voltandosi di spalle e distogliendo lo sguardo, per lasciarmi rivestire.
«Enud…mi dispiace per prima. Non pensavo quello che ho detto.» mi scuso, rammaricata.
«Scusami tu, è stata colpa mia, sono stato inappropriato.» risponde Enud.
«Non fa niente.» gli dico, dopo aver rimesso l’armatura, poi prendo le due tazze con la tisana appoggiate sul comodino e ne porgo una ad Enud «Beh, questa tisana la vogliamo bere?» tento di cambiare argomento, sorridendogli.
«Grazie» dice mettendosi a sedere vicino a me sul letto.
«Certo che tu per essere una elfa druida sei abbastanza irruente.» afferma ricambiando il sorriso.

A questa affermazione non riesco a contenermi e scoppio a ridere, mentre Enud mi guarda confuso, non capendo cosa avesse suscitato questa mia ilarità.

«Che ho detto di così divertente?» chiede Enud.
«Beh, magari non ricordi dove sono cresciuta..» cerco di spiegare, mentre mi riprendo.
«Oh, giusto, i nani.» sorride Enud, cogliendo al volo dove voglio arrivare.

«Già, se non avessi sviluppato un pò di “carattere” non sarei sopravvissuta a Moskarak.» gli spiego ridendo. «Per quanto riguarda l’essere druida, non capisco perchè l’irruenza dovrebbe essere una peculiarità così strana. Noi veneriamo la natura ed essa mostra equilibrio proprio grazie alla sua dualità; considera i quattro elementi: senza di loro non esisterebbe la vita su questa terra, ma ognuno di essi ha una parte distruttiva, selvaggia e violenta, più potente di ogni magia. Non vedo quindi il motivo per cui noi druidi dovremmo essere delle specie di santoni. Mantengo viva sia la mia parte selvaggia, che quella razionale, solo così sono pensarmi completa ed equilibrata» gli spiego.
«Effetivamente non l’avevo mai pensata sotto questa luce.»
«Comunque se non sbaglio, stamattina ci siamo fermati prima che mi raccontassi la fine del tuo cammino della meditazione.» affermo.
«Mmh, vediamo. Passando per il quarto pianerottolo ricordi di aver notato tre monaci?» mi chiede lui.
«Ho visto solo ciò che ne rimaneva dopo il passaggio di Morgat Daif.» rispondo ancora disgustata al ricordo della scena.
«Bene. Uno di loro era muto, l’altro sordo e l’ultimo cieco. Avrei dovuto decidere, solo idealmente, di salvare uno tra loro, uccidendo gli altri due; dovevo risparmiare chi, secondo me, commetterebbe il peccato minore tra il parlare, il vedere e l’ascoltare il male. Anche se la prova prevedeva solo una risposta verbale, non me la sono sentita comunque di scegliere, non sta a me donare o terminare una vita, perciò me ne sono andato, rinunciando.» mi spiega Enud.

Terminato il racconto, Enud posa la tazza ormai vuota e tira fuori dal suo zaino un paio di pantaloni da notte e dell’occorrente per il bagno.

 

 

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