Giorno 3

La maledizione degli elfi bianchi

«Ti sei mai chiesto cosa ci facessi quella sera a Nares?» chiedo ad Enud.
«In effetti si, ma siccome ero in missione non te l’ho chiesto» risponde.
«Bene, dal momento che ho deciso di far parte del vostro gruppo è bene che ci conosciamo un pò in questi giorni.» rispondo «La mia storia in realtà è molto semplice: sono scappata da Moskarak perchè qualcuno o qualcosa mi sta inseguendo, non so chi sia, nè ricordo nulla in particolare prima degli ultimi cinque giorni.»
«Quindi l’amnesia te la sei procurata tu o chi ti cerca?» domanda Enud.
«Non lo so, ad un certo punto ho solo provato l’impulso di prendere una barca per andare quanto più a sud possibile, con la sensazione di essere inseguita, il resto lo conosci.» rispondo io.
«E’ davvero strano» afferma Enud.
«Beh, tornando a noi» cambio argomento. «Stavamo parlando della tua maledizione, di che si tratta?».
«Gli elfi bianchi ereditano fin dalla nascita questa malattia da generazioni, ormai è stata dimenticata la causa che ha scatenato tutto questo, è comparsa improvvisamente, restano solo alcune vaghe leggende a riguardo. Come puoi vedere, ci si aprono alcune ferite, inizialmente sul volto e sulla schiena, poi pian piano prendono tutto il corpo e diventano sempre più profonde. La nostra vita media è di all’incirca 45 anni, rispetto ai 700 di un normale elfo, per questo motivo anche se ho solo 20 anni ne dimostro poco più di te, che ad occhio ne avrai un centinaio.» mi spiega.
«Quindi non esiste rimedio?» chiedo.
«Temo di no, non sapendo nemmeno quando e perchè sia iniziata la nostra maledizione» dice Enud.

Arriviamo infine oltre le porte di Nares, dove nella scuderia più vicina lo stalliere è già in piedi di buon ora.

«Saresti a tuo agio a rubare due cavalli?» mi chiede Enud.
«No, non c’è problema. Non ho abbastanza soldi per comprarne uno, in ogni caso. Avviciniamoci il più possibile e poi stai pronto a scappare appena si alzerà la nebbia» dico ad Enud.
«Quale nebbia?» domanda lui.
«Sssh, fidati di me.» rispondo io.

Dopo che Enud si è messo in posizione e dopo aver trovato e aver reso docile un cavallo, grazie ai miei poteri di druida, aspetto che la visuale dello stalliere sia più disturbata possibile, mi concentro, alzo una coltre fitta di nebbia attorno alla stalla ed entrambi scappiamo al galoppo prima di essere scoperti.

«Sei stata tu?» chiede incuriosito Enud.
«Molti dei miei poteri di druida sono collegati alle forze della natura e al rapporto con gli animali e diventano più potenti quanto più io rafforzo il mio legame con essa» spiego accarezzando il mio destriero.

Seminato lo stalliere e allontanati di un paio di chilometri da Nares, rallentiamo e al trotto proseguiamo la conversazione:

«Enud, dove stiamo andando esattamente?» gli chiedo.
«Verso la foresta di pietra, verso il suo limitare ad ovest arriveremo a casa di una mia amica, lì potremo essere al sicuro per un pò» mi spiega.
«Va bene, ti seguo. Sai, l’altro giorno sono passata per il cammino della meditazione, ma ho dovuto abbandonarlo subito, a causa di tutto il caos che si è scatenato. Tu l’hai mai provato?» chiedo ad Enud.
«Si, sono arrivato circa alla quarta prova, ma per motivi etici mi sono fermato lì.» mi spiega.
«Io credo di aver superato solo la seconda prova, non ho capito come risolvere quella della pepita d’oro.» gli chiedo.
«Per me vale il contrario. La prima prova era abbastanza semplice.» mi risponde, estraendo la piccola pietra dalla tasca e mostrandomela. «La pepita, una volta presa, si rigenera per il prossimo viandante che intraprende il cammino. All’inizio è leggerissima, poi man mano che si salgono le scale diventa sempre più pesante. Come hai superato tu la seconda prova?» mi chiede a sua volta.

Gli spiego brevemente la storia di come ho ricevuto il mio bastone di fuoco, limitandomi a dire di essermi fermata allora, ma di aver visto parte delle prove dei seguenti pianerottoli, essendoci passata obbligatoriamente per cercare la merce scomparsa.
Enud mi racconta il segreto della terza prova: l’indizio era un riferimento storico ad una famosa battaglia, in cui il guerriero Leon Albright fu accerchiato dai troll, rimanendo quasi da solo. Egli si accorse che i nemici altro non erano che un’illusione, creata da una fonte che intravedeva all’orizzonte, molto lontana da lui: fu così che abbandonò a terra elmo e scudo e scagliò con tutte le forze rimaste la sua arma contro di essa, svelando l’inganno e vincendo la battaglia. L’alone che ho visto attorno al sole, non era una mia impressione, ma avrei saputo come colpirlo solamente entrando in contatto con il fantasma, indossando la sua armatura.
Muoio dalla voglia di capire i “motivi etici” che lo hanno fermato alla quarta prova, ma Enud ferma improvvisamente il cavallo:

«Bene, siamo appena fuori dalla foresta di pietra. Tu resta qui, io andrò da solo a controllare che la via sia sicura; se senti delle voci o qualsiasi altra cosa sospetta, non le dare retta per nessun motivo: è la foresta che cerca di chiamarti con illusioni subdole e difficilmente ne usciresti viva da sola.» mi raccomanda, serio come non lo avevo mai visto.
«D’accordo, ne approfittero per meditare, così eviterò problemi. Svegliami pure quando torni.» rispondo ad Enud.

Lasciamo liberi i cavalli e ci dividiamo, io rimango ad osservare quella foresta: tutto, dall’erba fino alla cima degli alberi, sembra fatto di pietra, da fuori non si vedono che i primi metri di cammino, poi tutto si perde nell’oscurità della fitta boscaglia immobile e grigia che non promette nulla di buono.
Comincio a meditare, quando improvvisamente ho una visione di alcune fiammelle di fuoco, che assieme formano un viso e mi guardano:

«Chi sei?» chiedo.
«Io sono Morpheus, il dio dei sogni.»

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